Quello slow con Lana Turner. Ezio Del Ponte

Salve Scribacchini, è per me un vero onore ospitare oggi sul nostro blog il medico e scrittore Ezio Del Ponte con il suo racconto "Quello slow con Lana Turner" scritto per la  rassegna "Short Stories" indetta dall'AMSI (Associazione Medici Scrittori Italiani) avente come tema "Un giorno di felicità" presentato oggi pomeriggio presso la Biblioteca "La Serra" di Govone d'Alba.
                                                          

QUELLO SLOW CON LANA TURNER


Lana Turner

L'autore nel 1953


















A quel tempo, correva l’anno 1953, la città sede dell’industria cinematografica italiana era Torino: alla F.E.R.T. Soltanto negli anni successivi questa fu trasferita a Roma e divenne “CINECITTÀ”. 


Stavano girando un film della serie Salgari: “I misteri della giungla nera”. Ad interpretare Tremal Naik, braccio destro di Sandokan, era l’attore americano Lex Barker, magnifico esemplare umano: altezza quasi 2 metri, perfettamente proporzionato, un viso bellissimo (era l’attore subentrato a Johnny Weissmuller nel ruolo di Tarzan). 


Che c’entro io in tutto questo!? 
Ero lì come medico: accompagnavo Carla Calò, attrice cinematografica palermitana, già affermata allora e indiscussa protagonista del palcoscenico fino a pochi anni fa, che era giunta due giorni prima per qualche consulto al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Giovanni Vecchio di Torino, una notte in cui io ero di guardia. Era stata ricoverata per un breve periodo al reparto pensionanti della Divisione di Medicina Generale diretta dal Prof. Guido Usseglio, situata nell’ala nuova dell’Ospedale, appena costruita (per ragioni di marketing necessitava appunto di ospiti illustri), che si affaccia tutt’ oggi sui giardini di via Cavour. Dovendo l’attrice essere presente ogni giorno sul set, dove interpretava la parte di sacerdotessa della dea Kalì, aveva chiesto di essere accompagnata (noblesse oblige!) dal medico cui era affidata. Ricordo il libro che mi regalò per l’occasione: “Antologia di Spoon River”, ottimo testo, ricco di spunti per chi intenda prendere seriamente in considerazione il suicidio (°). 

Lex Barker era in procinto di sposare l’attrice americana Lana Turner, sogno di tutti i maschi di quella generazione. Era anch’essa a Torino e il matrimonio (il 4° su 7 per lei) fu celebrato qui il 7 settembre 1953.
Il sabato era in programma all’EDEN, grande dancing nei pressi di Piazza Statuto, l’elezione di “Miss Torino” e l’intera troupe cinematografica era stata invitata a far parte della giuria. La mia Paziente aveva chiesto di essere accompagnata da me anche in quella circostanza. Fu così che durante la cena mi trovai a tavola, guarda caso, quasi di fronte a Lana Turner, la protagonista principale delle mie elaborazioni limbiche adolescenziali, inaspettatamente sola (considerato che era alla vigilia delle nozze). Certo, Il tempo non risparmia neppure gli idoli. Ma lo sguardo, la bocca e il decolté erano quelli dei vent’anni! 

Dopo cena, mentre le miss si andavano schierando sul palco per il voto, ci fu spazio per qualche diversivo. La mia ospite, sig.ra Calò, venne reclamata a gran voce per un brindisi dai colleghi della sua équipe cinematografica e non la rividi più per quella sera; altri optarono per la danza. Avvenne così che poco a poco mi trovai a tavola solo, di fronte all’affascinante diva hollywoodiana altrettanto sola. Le mie doti di danceur non sono eccelse: ma stavano suonando uno slow . . . 

Accettò l’invito con un sorriso delizioso, gradevolmente sorpresa, oserei dire. A 26 anni avevo anch’io il mio curriculum di cuori infranti. Lei non parlava né italiano, né francese. Io non parlavo inglese. Durante il ballo lo scambio di messaggi non poteva avvenire che su base tattile. Non mi sognai neppure di mettermi in competizione con Lex Barker (tanto meno con Tarzan!). Ma quando, dopo il ballo, l’accompagnai al tavolo, mi trovai a pensare che forse mi avrebbe concesso il bis! (°°). 

Avevano intanto avuto inizio le votazioni e io facevo inesorabilmente parte della giuria...

Votai per una miss per la quale non si poteva non votare, tanto era bella. Infatti qualche mese dopo fu eletta anche Miss Piemonte, in una serata alla piscina di Acqui Terme. 

Ci credereste se vi dicessi che quella Miss partecipò qualche anno dopo al mio matrimonio? Invece è così: è cugina in 1° grado di mia moglie. C’erano entrambe quella sera all’Eden, ma non conoscevo ancora né l’una, né l’altra. E i miei occhi erano ormai a fuoco, è proprio il caso di dire, su Lana. Soltanto su Lana! 

Al mio ritorno al tavolo il suo posto era vuoto. La cercai affannosamente con lo sguardo per tutta la sala e la rividi infine che si stava avviando verso l’uscita, mollemente appoggiata a un braccio maschile. Non mi fu difficile riconoscere Tarzan. Lui aveva già votato . . .! 

Il giorno dopo, con la visita del primario prof. Usseglio, irriconoscibilmente ossequioso verso la Paziente (non avevo ancora realizzato fra me e me che, fra gli effetti esercitati sugli uomini dalle belle donne, ci fosse anche quello di ridimensionare i primari), per la signora Calò venne l’ordine di dimissione. Se mai dimisi un Paziente con rincrescimento, fu quella la volta!
Grazie a Carla Calò in pochi giorni avevo: assistito alla lavorazione di un film, ammirato sul set una grande attrice, stretto la mano di Tarzan, ballato con Lana Turner, mi ero deliziato gli occhi con il corpo di ballo della dea Kalì, avevo fatto parte della giuria per l’elezione di Miss Torino . . . Quanto la vita poteva essere diversa da come appariva fra le quattro mura dell’ospedale!
Quando l’accompagnai al taxi le augurai, di cuore, le cose più belle.
Scoprii qualche anno dopo che quello era anche stato il mio “Addio Giovinezza” . . .

SESSANT’ANNI DOPO.

(avevo cercato la sig.ra Calò per ottenere la sua autorizzazione alla pubblicazione del presente racconto e avevo ottenuto notizie dell’attrice e il suo recapito tramite “Giornale del Mediterraneo”, quotidiano palermitano on line).

Torino, 2 febbraio 2015, ore 19.

Squilla il telefono di casa: una voce calda, bene impostata, giovane, senza influssi regionali, con una sfumatura di circospezione in attesa di valutare il tono della risposta e chi la dava: “Vorrei parlare col dott. Ezio Del Ponte”. “Sono io” . . . “Io sono Carla Calò”. La mia voce esplose in un abbraccio! “Signora Calò! . . . Che piacere! . . .” “Il piacere è mio . . .” La sua voce adesso sorrideva. E sorrise per i venti minuti successivi: ricordi . . ., rimpianti (pochi), successi . . ., successi . . ., decine e decine di film . . ., teatro, tragedia, commedie . . . Tre nipoti! . . . Quante cose, signora Calò! I miei auguri avevano ben funzionato. Eccome! . . .

No. Non un addio!
“La vecchiaia nel concedersi seleziona i saggi”. (°°°) E’ stata d’accordo su questo! Un arrivederci, se mai . . .
Arrivederci, signora Calò! Avremo allora tante cose nuove da raccontarci!

Ezio Del Ponte


NOTE

(°) Confesso che fu questa la mia prima impressione! Solo in seguito mi resi conto del perchè questo libro era stato inserito fra i capolavori del ‘900. Rigorosamente proibito in Italia durante il fascismo (ci fu chi venne incarcerato per aver tentato di metterne in commercio la traduzione), era divenuto dopo la guerra un best-seller anche da noi. La mia Paziente aveva però sopravalutato il mio livello culturale in campo letterario. In quegli anni le mie preferenze vertevano sulla nascente endocrinologia. 

(°°) Con ciò, ritengo di essere l’unico italiano, residente in Italia e ancora in vita, a poter annoverare fra i suoi ricordi un ballo con la diva delle dive hollywoodiane Lana Turner. (Accetterò di buon grado e leggerò con interesse eventuali smentite). 

(°°°) Aforisma dell’autore. Contenuto collaudato.



Per saperne di più sull'autore potete visitare il suo sito

Recensione "Amabili resti" Alice Sebold

Salve Scribacchini, oggi parliamo di un libro molto forte "Amabili resti" della scrittrice statunitense Alice Sebold.
Amabili resti
Alice Sebold
Edizioni e/o
416 pag. 18 euro

TRAMA

Susie, quattordicenne, è stata assassinata da un serial killer che abita a due passi da casa. È stata adescata, stuprata, fatta a pezzi e nascosta in cantina. Il racconto è affidato alla voce della stessa Susie, che dopo la morte narrra la vicenda con lo spirito allegro e senza compromessi dell'adolescenza.
                                                             

RECENSIONE
Appena uscito al cinema vidi il film che ne era stato tratto, molto bello, assolutamente non morboso, con uno straordinario Stanley Tucci nei panni del vicino di casa che adesca, violenta e uccide la protagonista, Susie, una bambina di appena 14 anni.
È senza dubbio una storia forte, per anni mi sono rifiutata di leggerla, per paura che i dettagli della violenza fossero raccontati in maniera troppo esplicita, anche perché l'autrice, quando era all'Università, è stata vittima di uno stupro (violenza che ha narrato nel libro "Lucky), come sarebbe stato dunque leggere una violenza da parte di una scrittrice che l'aveva realmente subita e non la raccontava basandosi
 solo sulla sua immaginazione?
Alla fine però mi sono fatta coraggio.
La violenza è raccontata, ma non nei minimi particolari, il libro sebbene tratti una tematica forte non scende mai nel morboso, colpisce senza eccessi, sono rimasta invece sconvolta da questo brano:
“Una parte di me desiderava una vendetta immediata, voleva che mio padre si trasformasse nell'uomo che non era mai stato: un uomo che la collera rendeva violento. È quello che si vede nei film, che succede nei romanzi che legge la gente. Un uomo qualunque prende una pistola o un coltello e va a caccia della belva che ha sterminato la sua famiglia. Fa il giustiziere alla Charles Bronson e tutti applaudono. Ma la realtà era questa: Ogni mattina papà si alzava. Finché durava l'effetto del sonno, era l'uomo di sempre. Ma via via che riprendeva coscienza, era come se un veleno filtrasse dentro di lui. A volte non ce la faceva nemmeno a scendere dal letto. Restava lì steso sotto un peso enorme. Ma d'altra parte solo smuovendosi poteva salvarsi e allora faceva, faceva, faceva, anche se niente bastava mai. Si sentiva gravato dal senso di colpa, la mano di Dio lo schiacciava dicendogli: «Tu non c'eri, quando tua figlia aveva bisogno di te».

Ecco, questo brano secondo me è quello più forte di tutto il libro, mi ha profondamente scossa, poco ci mancava che scoppiassi a piangere, perché quello che turba è proprio questo senso di impotenza.
Sono un'amante dei gialli classici, di quelli insomma che si concludono con l'assassino che viene scoperto e sbattuto in carcere, certo ci sono casi in cui questo non accade, un libro su tutti che merita di essere citato è sicuramente "La promessa" di Friedrich Dürrenmatt, ma sono sporadici nelle mie letture.
In "Amabili resti" mi sono identificata più che con la protagonista con il padre, secondo me la figura migliore di tutto il libro "Ho bisogno di riposare, tesoro. Devo capire come arrivare a quell'uomo. Spero che tu comprenda".
Cosa farei se morisse mia figlia? Ovvio, cercherei il suo assassino, ma non siamo in un libro giallo e anche la vendetta non è così semplice.
L'altra scena, secondo me, straziante di questo libro è proprio quando il padre cerca di vendicarsi, come dicevo prima non siamo in uno di quei film d'azione e nemmeno la vendetta va a compimento.
La madre di Susie è invece un personaggio che ho compreso ma che non mi è piaciuto, reagisce in maniera molto diversa dal padre di fronte al dolore: scappa, abbandona la sua famiglia, ma come dice la figlia minore "Come si può pretendere che passi la sua vita accanto a un uomo prigioniero del passato?"d'altra parte forse lei non si era mai sentita adatta a fare la madre "Ora aveva imparato che fare la madre era una vocazione che tante sognavano di diventarlo. Ma lei quel sogno non l'aveva mai avuto, ed era stata punita nel modo più orribile e inimmaginabile per non avermi voluta".
Credo però che nonostante marito e moglie affrontino il dolore in maniera diversa, la frase più forte sia proprio quella che il marito rivolge a sua moglie "Mio padre fece un sorriso bellissimo. -Vedi- Le disse, -ecco come si fa. Si vive nonostante tutto, offrendole un fiore".
Altra figura di rilievo è la sorella minore, che cerca di assumere una propria identità, di distaccarsi dalla figura della sorella morta e che non esita a entrare nella casa dell'assassino per fornire al padre le prove che sta cercando "Era entrata in quella casa mossa dal desiderio di riportargli delle prove che potesse usare come tanti pioli per risalire da lei, dal desiderio di sostenerlo con dei fatti, di zavorrare i suoi discorsi a Len. E invece si vedeva precipitare dietro di lui in un baratro senza fondo".
"Amabili resti" è un bellissimo libro, toccante e struggente che ci catapulta nel mondo di chi resta, di come si possa affrontare un evento così sconvolgente come la morte di una figlia di cui non si troverà mai il corpo, di come nonostante tutto si debba andare avanti.
"Queste erano le bellissime ossa cresciute intorno alla mia assenza: i legami - a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi - nati dopo che me n'ero andata. E allora cominciai a vedere le cose in un modo che mi lasciava concepire il mondo senza di me. Gli avvenimenti cui la mia morte aveva dato luogo erano semplicemente le ossa di un corpo che in un momento futuro imprevedibile sarebbe divenuto intero. Il prezzo di quel che ormai vedevo come un corpo miracoloso era stato la mia vita."