Libri ambientati a Carnevale

Salve Scribacchini, oggi vi porto in viaggio, attraverso i nostri amati libri, infatti, andiamo alla scoperta dei vari festeggiamenti di Carnevale. Pronti a partire?

Partiamo dalla mia città, e scopriamo il Carnevale di TORINO con il libro

“Quel Maledetto giorno di Carnevale” di Gianna Baltaro, considerata l’Agatha Christie piemontese.

Quel maledetto giorno di Carnevale
Gianna Baltaro
Edizioni Angolo Manzoni

«Il cadavere di una giovane donna, sposata a un Procuratore del Re, viene scoperto in una garçonniere nei pressi di piazza Vittorio Veneto. L’uomo condannato per l’omicidio, a due anni dalla sentenza, chiede al commissario Andrea Martini di riaprire il suo caso. Martini indaga in quel mondo torinese, regno dell’eleganza e del lusso, tra ricche signore, stilisti, bellissime modelle e sartine. Deve tornare indietro nel tempo, al giorno del delitto, un giorno di carnevale con la sfilata dei carri allegorici in via Po».

Restiamo sempre in Italia col famosissimo Carnevale di VENEZIA con la Raccolta di Racconti “Carnevale” a cura di Daniele Bonfanti e Davide Rica.

Carnevale
Edizioni XII

“Le acque della laguna sono increspate, gondolieri vagano incerti, non hanno voglia di cantare e fischiettare, stasera. Piazza San Marco è silenziosa, niente schiamazzi di turisti, niente frullare d’ali delle solite frotte di piccioni. È Carnevale, ma nessuno festeggia. Qualcosa sta per succedere[...]Una cornice traccia la mappa che unisce i racconti, permette di conoscere la geografia misteriosa del Carnevale: un labirinto letterario nel quale il Male sembra sprofondare insieme a Venezia, e invece è sempre lì, pronto ogni anno a ritornare al mondo, con addosso un sorriso mascherato.



Spostandoci verso i nostri cugini d'Oltralpe, troviamo il Carnevale di NIZZA nel racconto omonimo della scrittrice Irène Némirovsky contenuto nel libro “La sinfonia di Parigi e altri racconti” 




«E, all'improvviso, esplode la fanfara del carnevale. Avenue de la Gare: tra due file di guardie municipali a cavallo che portano delle fiaccole, passano i carri. È la notte di carnevale, il re Carnevale fa il suo ingresso nella sua amata città, Nizza. Rumore di canzoni, di risate, fracasso, mandolini, chitarre graffiate all’angolo delle strade. La moltitudine di maschere corre, cantando. La luna brilla tra le palme, sul mare»


Spettacolare è invece il Carnevale di New Orleans, che fa da sfondo a “I delitti di carnevale” di Gwen Bristow e Bruce Manning 


I delitti di Carnevale
Gwen Bristow, Bruce Manning
Polillo Editore


Il Carnevale di New Orleans, si sa, è un evento straordinario. Parate, danze, baldorie e feste si sprecano, tanto che l'intera città sembra in preda a un'euforia collettiva. C'è però un gruppo di persone che ha un modo tutto suo di festeggiare: sono i seguaci di Dis, il dio greco degli Inferi, e come ogni anno, la sera del lunedì grasso, si sono riuniti nell'elegante dimora di Cynthia Fontenay per il consueto ballo in maschera. Tutti i 49 partecipanti, uomini e donne, indossano lo stesso identico travestimento da diavolo così che è impossibile distinguerli. La festa è in pieno svolgimento quando uno degli ospiti viene trovato ucciso con una pugnalata al cuore in una stanza della casa. Come ha fatto l'assassino a identificare la sua vittima visto che, oltretutto, i presenti si conoscevano a malapena tra loro? E come farà il capitano Murphy della Squadra Omicidi a smascherare il colpevole? Ma non è finita, perché alla corte di Dis ogni festeggiamento è destinato a sfociare in tragedia, e anche il corteo organizzato per il Mardi Gras si trasformerà in un'autentica parata di morte.

Concludo con un Carnevale di un paesino italiano immaginario, quello di Carsano, raccontato da Eraldo Baldini ne “Re del Carnevale” una storia straordinaria assolutamente da non perdere, contenuta in “Gotico Rurale”




Gotico rurale
Eraldo Baldini
Einaudi

«Non aveva mai visto travestimenti simili; o perlomeno non li aveva mai visti dal vero. Gli ricordavano quelli notati in certi servizi di riviste o in filmati sulle tribù primitive: musi animali atteggiati a smorfie grottesche, corna bovine e di capra, pelliccioni irsuti, nere faccie diaboliche; e poi uomini (o donne? chissà) che parevano cespugli viventi, coperti com’erano di rami di sempreverde, edera, ciuffi di muschio stretti alle frasche con steli vegetali e legacci di paglia. Grugniti, urla gutturali, fischi e suoni di corno, di campanaccio, di sonagli rudimentali riempivano l’aria».



#Coglione no Creativo sì

Salve Scribacchini, oggi voglio parlarvi della campagna "Coglione no, creativo sì".
Sta spopolando la campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi ideata dal collettivo di registi e filmaker Zero.
Si tratta di tre video che in pochissimo tempo hanno raggiunto cifre record di visualizzazioni su youtube.





“Lo diresti al tuo idraulico/antennista/giardiniere”? Questi sono i titoli dei video, nei quali,  attraverso una prova di commutazione, si  sostituisce il lavoro del creativo con tre esempi di tipici lavori considerati classici.
Dopo che l’idraulico, l’antennista e il giardiniere hanno svolto il loro lavoro, una volta arrivati al fatidico momento del pagamento il leitmotiv è sempre lo stesso “Forse ci siamo capiti male, per questo progetto non c’è budget”.
Il successo di questa campagna è dovuto proprio al fatto che a nessuno verrebbe mai in mente di dire una frase del genere a un idraulico, un giardiniere o un antennista, mentre un creativo questa frase la sente praticamente tutti i giorni, accompagnata da giustificazioni come “ Tanto sei giovane, hai fatto un’esperienza” “Fa curriculum” “Questa è un’occasione prestigiosa” ma la frase più odiosa in assoluto di tutte è “Non è che hai fatto nulla di speciale, quello che hai fatto tu potevo farlo pure io”.




Certo perché quello che fa il creativo non è considerato un lavoro ma più un passatempo, un hobby di chi non ha niente di meglio da fare, ma che insomma alla fine dei conti sono tutti in  grado di svolgere.
Cosa ci vorrà mai a creare un sito internet, una campagna pubblicitaria, scrivere un libro?
Il collettivo Zero afferma che "I video nascono per denunciare questa situazione, che è vergognosa. Se ci sono competenze e professionalità, lavorare gratis è inaccettabile.  Esistono mestieri che hanno una loro dignità, riconosciuta dalla società: nessuno si sognerebbe mai di non pagare l’idraulico o il calzolaio. Chi sceglie un lavoro creativo viene sempre trattato come un figlio di papà, qualcuno che si può permettere di inseguire per sempre la chimera di un’occupazione divertente e fantasiosa, ma non è così. Se si parla di prime esperienze, allora può essere anche comprensibile pagare per la propria formazione, ma non può essere la regola”
Questa campagna “È la reazione alla svalutazione di queste professionalità anche per colpa di chi accetta di fornire servizi creativi in cambio di visibilità o per inseguire uno status symbol, è la reazione a offerte di lavoro gratis perché ci dobbiamo fare il portfolio, perché tanto siamo giovani, perché tanto non è un lavoro, è un divertimento".




Il tema dei creativi non pagati era però già apparso nel 2010 su youtube, in un video dell’attrice Maddalena Balsamo, nel quale affermava come, quando le chiedevano delle piccole prestazioni artistiche: un video, delle letture, concludessero la richiesta sempre con “Naturalmente, ovviamente, chiaramente, non possiamo pagarti”. Lei si chiede ma davvero non ci si può permettere di pagare all'artista nemmeno una cifra simbolica?
No perché aggiungo io, pagare qualcosa significa riconoscere che quel qualcosa è un lavoro a tutti gli effetti e in quanto tale merita una giusta retribuzione.
L’arte, a differenza dei lavori classici non può essere quantificata, ma anche se non sempre ce ne accorgiamo, pervade le nostre vite.
Quanti di coloro che svolgono lavori classici e ridicolizzano lavori creativi, dopo una giornata di lavoro non apprezzano di andare al cinema, o a teatro o ascoltarsi una canzone, o semplicemente di leggersi un buon libro? E secondo voi tutto questo chi lo crea?
Ci si chiede come tutelare il lavoro del creativo, serve una legge?
Io penso che prima di tutto serva la consapevolezza che un lavoro creativo è un lavoro che merita dignità come tutti gli altri, il fatto di non essere pagati significa svilire il proprio lavoro e di conseguenza svilire se stessi. L’arte va sempre pagata. Anche simbolicamente.

Abolita storia dell'arte nelle scuole?

Salve Scribacchini, oggi voglio parlarvi della notizia dell'abolizione dell'insegnamento di storia dell'arte nelle scuole italiane.


L'Italia ha chiesto 234 miliardi di euro di danni a Standard & Poor's e Moody's e Fitch per il declassamento del nostro paese nel 2011.
Secondo la Corte dei conti italiana infatti, i revisori, nella loro valutazione, non avrebbero tenuto conto "del patrimonio storico, artistico e letterario accumulato nel corso della storia del paese".
Quanto vale dunque la Torre di Pisa? O la Divina Commedia? O ancora i dipinti della Cappella Sistina?
Forse presto lo sapremo, purtroppo però fra una decina d’anni molto probabilmente gli italiani non sapranno chi ne sono gli artefici.


Bellissima immagine creata da Bloggokin

A causa della televisione che plasma le giovani menti?
No, semplicemente perché è stata praticamente abolita in molte scuole storia dell’arte.
La notizia non è nuova ma sta viaggiando nei social network proprio in questi giorni. Una

buffa coincidenza vero?
In realtà è dal 2009 che con la riforma Gelmini c’è stata la riduzione delle discipline artistiche nei «nuovi» Licei artistici, la cancellazione di «Storia dell’arte» dai bienni dei Licei classici e linguistici, dagli indirizzi Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali; zero ore per i geometri; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dai bienni dei Licei scienze umane e linguistici; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dal «nuovo» Liceo sportivo; come dice Tomaso Montanari, «sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo».
In realtà questa notizia non dovrebbe stupire vista l’attenzione dedicata all'arte in Italia.
Si è perso il numero dei crolli di Pompei.
A settembre siamo riusciti a distruggere un bassorilievo in gesso di Canova, uno dei pochi esemplari sull’uccisione di Priamo, semplicemente nel tentativo di spostarlo da un museo all’altro, purtroppo però ops! È caduto. Distrutto per sempre, senza alcuna possibilità di restauro.
A Torino invece sono rimasti tutti stupiti che la mostra dedicata a Renoir abbia attratto così tanto pubblico, chi l’avrebbe mai detto che alla gente interessano i quadri! Nessuno si aspettava queste cifre record, non erano preparati, non avevano personale a sufficienza, come sopperire a questa mancanza? Semplice chiudendo per due mesi il Borgo Medievale.
Se i turisti vengono a vedere Renoir mica saranno interessati a vedere pure la perfetta ricostruzione, creata a fine ottocento, di un borgo feudale del XV secolo, troppa cultura!
Oggi i beni culturali producono in Italia un giro di affari che vale 40 miliardi di euro e il 2.6 per cento del PIL. 
Ma, come dice Giulio Tremonti, con la cultura non si mangia, in Italia aggiungo io, in Inghilterra, invece, che possiede un patrimonio storico e artistico immensamente inferiore al nostro, guadagnano 73 miliardi di euro, il 3.8 per cento del PIL, in Francia invece l'industria culturale vale di più di quella automobilistica, 4% del Pil nazionale, offrendo occupazione al 5% della popolazione.
Concludo con le parole del critico d’arte Giulio Carlo Argan, sono del 1988 ma sembrano estremamente attuali: «L'arte è una cultura i cui concetti sono espressi in immagini invece che in parole; e l'immaginazione non è fuga del pensiero, è un pensiero altrettanto rigoroso che il pensiero filosofico o scientifico. Per intenderne la struttura e i processi, bisogna studiare le opere d'arte: l'arte è al livello più alto del pensiero immaginativo, come la scienza al livello più alto del pensiero razionale. È penoso, anche un po' vergognoso, che ai vertici della scuola italiana, quando si vuol far posto a un'altra materia, lo si ritagli dal poco che è dato alla storia dell'arte, o addirittura la si butti come superflua. È uno sbaglio grave: la storia dell'arte è indispensabile per chi fa studi storici e letterari, ma è utile a tutti, anche ai futuri tecnici di una società tecnocratica. Se non altro servirà loro a non avere il feticismo della macchina e a non perdere il gusto dell'invenzione che nasce dalla critica, dal giudizio, dalla volontà di superare il passato» .